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"Non ci sono barriere che tengano, chi parte con l'idea di sopravvivere ha già messo in conto il rischio di morire." |
Ho letto questo libro su suggerimento di un amico molto attento alle tematiche dell'immigrazione dall'Africa: un argomento mai come in questo periodo di grande attualità, che però viene spesso affrontato sempre da un unico punto di vista: quello di noi europei.
Cosa possiamo fare per risolvere un problema? capirlo ovviamente, ma per capirlo lo si deve sviscerare in ogni suo aspetto, in questo caso ad esempio provando a conoscere una minima parte della realtà da cui fuggono i migranti.
Giuseppe Ragogna è andato in Kenya per vedere da vicino come è la realtà laggiù, cosa succede mentre qui diciamo "aiutiamoli a casa loro", quali sono le case che intendiamo, cosa è davvero aiutarli.
L'inizio del reportage è un pugno in faccia: Nairobi e le sue baracopoli, la gente che vive in strada sopravvivendo alla giornata, dormendo in giacigli di fortuna, scansando malattie e violenza e fame come attività quotidiana. Le favelas che non vediamo, che non immaginiamo nemmeno con la peggiore delle nostre fantasie, sono enormi e popolose e sono luoghi che a me hanno ricordato l'inferno dantesco e la perdita di speranza.
La speranza tuttavia non si perde nemmeno lì, perchè ci sono volontari che si prodigano giorno e notte con mezzi limitati per salvare una vita alla volta, un giorno alla volta. Non esiste la parola "resa" per le suore e i sacerdoti delle missioni, che operano nella metropoli come nelle zone rurali del paese.
Per zone rurali intendiamo aree vaste in cui per andare a scuola i bambini camminano per chilometri ogni giorno, in cui strappare un po' di fertilità alla terra è un successo, in cui anche gli animali paiono partecipi della fatica quotidiana e del lavoro umano, della sfida meravigliosa e terribile allo stesso tempo della sopravvivenza.
Ragogna ha raccolto i suoi appunti di viaggio in queste pagine che si leggono in poche ore ma restano addosso per giorni. Mi è rimasto il senso di sfinimento e ammirazione per i bambini che affrontano lunghi percorsi faticosi per andare a scuola. Il peso e la responsabilità di cui si fanno carico le donne di quei luoghi, donne che vengono descritte con una ammirazione evidente, della quale è per me impossibile non essere partecipe.
Mi è rimasta, oltre che per i bambini e le donne, l'ammirazione per i volontari che lasciano l'Italia, l'agiato nord-est, per lottare altrove contro la povertà altrui. Gente che avrebbe potuto senza problemi lavorare in una ditta, avere uno stipendio fisso e facilmente costruire una sua fortuna, che ha preferito andare via e darsi al prossimo, economicamente, materialmente, moralmente soprattutto.
Credo che questo messaggio sia di una bellezza estrema: cosa c'è di più cristiano, di più intrinsecamente umano, che dare se stessi a chi ne ha bisogno? Cosa ci può mai essere di più vero di una voce che dice: aiutiamo chi ne ha bisogno, senza chiedere da dove viene, piuttosto che dire "prima qualcuno"?
L'omino rosso edizioni, 2018